back to school

Partire, tornare, ripartire…

E io che pensavo che stavolta sarebbe stato diverso. E invece no, sempre la solita – indescrivibile – sensazione. Mi trasferisco in un luogo, lo vivo per qualche tempo, poi lo lascio. E quando torno l’emozione dura sì e no dieci minuti. Insomma… è come se non mi fossi mai mossa da qui.

Sì ok, manca qualche elemento fondamentale. Manca Mari in aula pc e non c’è Ciccio con i suoi pantaloni di pelle nera. Anche il bulgaro non s’è visto, che strano! Però ci sono altre persone, altri ricordi cristallizzati in questo allegro edificio a onde che ha più della tavola calda che dell’università.

E poi ci sono loro. I professori. Oggi mi stupiscono, sono ammassati in aula 1, quella grande, e sembra di muoversi all’interno di un grande campo nomadi. Ognuno ha una cattedra (i più sfortunati solo una sedia) e aspettano il prossimo studente da interrogare. Certe volte deve essere un bel rompimento di palle anche per loro… Io guardo tutto come se fossi al cinema, anche se di esami ne devo ancora dare, mi sento già fuori da questo mondo.

E mi dispiace così tanto!!!

I colori fanno parte degli anni universitari, dopo restano ma si sbiadiscono un pochino. Niente di grave, c’è chi riesce a rimediare e chi neppure si pone il problema, ma se l’università te la sei goduta, come ho fatto io, è inevitabile pensarci… Mi manca un poco di tutto.

Le lezioni, i compagni, gli amici, le incomprensioni, le sudate fredde prima degli esami e le sudate calde dopo gli esami, che se non corri subito a casa a fare una doccia diventa un problema sociale. La soddisfazione dopo due ore di una lezione che valeva proprio la pena ascoltare oppure la sonnolenza causata da un’instancabile successione di slide. Le chiacchierate via msn da un banco all’altro, i lavori di gruppo, le incazzature e le rivalità ingiustificate, i trenta meritati e quelli regalati. La titubanza del primo anno a Reggio Emilia, quando ancora non conoscevo nessuno e dopo due ore avevo già il mio gruppo che ancora barcolla ma non molla. La maturità del primo anno a Pesaro, quando pensavo che essere pochi significasse essere intimi e poi ho scoperto che invece è tutta questione di fortuna e probabilità. La rassegnazione del secondo anno a Pesaro quando, inaspettatamente, ho trovato quello che cercavo l’anno prima. Le prese di posizione, il darsi una mano o mettersela in culo vicendevolmente, le fotocopie e il the caldo delle macchinette. Mi manca questa biblioteca, che poi è solo una stanza con cinque tavoloni e troppo sole, faccio fatica anche a vedere lo schermo.

E poi c’è la vita dell’universitario fuori dall’università. Ci sono i coinquilini e le coinquiline, i pranzi di corsa e i piatti da lavare, gli sfoghi e le nottate deliberatamente masochiste a base di libri e caffè, le telefonate alla mamma che saluta tutti gli altri, i festini, le cene a casa di chi ha il giardino grande con il barbecue, le cene a casa di chi dopo mezzanotte deve parlare gesticolando perchè se no la vicina chiama la polizia.

Tutto, voglio ricordare tutto. Dell’università non si butta via niente, sono anni di crescita e apertura mentale, almeno potenzialmente. Per me sono stati quelli più belli, secondi solo al liceo. Con tutto quello che comportano, delusioni incluse. E’ l’ultimo nido, l’ultimo appiglio prima di diventare pienamente responsabili di se stessi.

Sono quasi pronta a staccarmi definitivamente dal grande grembo pulsante di questa comunità, ma prima voglio assaporarne – con la calma di chi è consapevole – le ultime dolcissime gocce.

Una Risposta to “back to school”

  1. FLCMJ Says:

    Mannaggia a te, come ti capisco! Ho scritto un post simile, qualche tempo fa sul mio blog.
    Identico pensiero…

    Ti accorgi di queste cose quando capisci che stanno per finire, o quando sono già finite. E ti viene nostalgia di robe che se prima erano la normalità, la routine (lavare i piatti- addirittura!), ora ti sembrano lontane km.
    Anche a me mancano quei posti che dispreZZavo bonariamente, mi lamentavo e quasi maledicevo quella città. Perché? Mi ci ero abituato: era, appunto, la routine. E ora invece mi manca, insieme all’abitudinario caffè da Romeo, che mi prendeva in giro per come andavo in giro vestito; la gaZZetta dell’edicolante ormai amico pure lui; tornare nel mio bel giardino a spaparanZarmi sulla sedia a sdraio col mio caffè, brioche ogni tanto e gaZZetta e/o libro su Gesù.
    E la passeggiata in centro per l’altro caffè al bar; il salto in biblioteca per fermarmi meZZ’ora cercando un libro di religione o filosofia abbastanZa interessante; la spesa alla Standa cercando di “far cadere per sbaglio” qualcosa nelle tasche del giubbotto di pelle; le cene a casa in “famiglia”; le cene – come hai ricordato tu – in giardino, con Mimmo che fra poco arrostiva pure noi; le serate al pub; etc.

    Vero, gli anni più belli… io li metto al livello di quelli liceali. CaZZo, 4 anni… passati in un niente. Pentito, certo, di non aver fatto quello che era il mio dovere. Ma mi dispiace soprattutto aver lasciato tutti voi…
    Brutto, brutto.

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