the devil is in the details

Questo post l’avrei potuto chiamare anche Boring Borat. Eh sì, la mia passione per il cinema – che peraltro non si è mai spenta – è tornata a reclamare il suo primo posto sul podio e io non ho potuto fare a meno di assecondarla immediatamente. E ho scelto Borat. Devo ammettere che è stata la pubblicità a far pendere l’ago della bilancia (oggi siamo in vena di proverbiare).

Se per il 90% del resto delle cose che faccio/acquisto/guardo/studio è proprio la pubblicità a darmi la spinta propulsiva (o a fungere da trattamento ipnopedico, sacrosanta punizione per la pigrizia che ogni notte mi impedisce di raccogliere il telecomando da sotto il letto e quindi di addormentarmi nella pace silenziosa di questa tranquilla borgata romana), per quanto riguarda il cinema, anzi, per quanto riguarda Chiara e il Cinema, questo non vale.

Il cinema l’ho sempre amato. Tutto. Ho sempre guardato. Tutto. Senza filtri. Commedie, drammi, thriller, noir, stronzate e film impegnati, cazzate divertentissime e masterpiece che tradiscono la triste verità di una noia mortale malamente repressa. Gli horror. Ah, gli horror! Non li guarderei mai in casa da sola, ma quando si iniziava a vederne uno, improvvisamente partiva la settimana del noleggio trash e non si fermava per chissà quanto.

Chissà, forse i film mi piacciono tanto perchè sono cresciuta a Ovada, un paese/cittadina che – se non ti stai sbronzando/devastando (a questo proposito vedere il film TEXAS di Fausto Paravidino) – non offre molte attrattive. E infatti il nostro tempo l’abbiamo passato a casa di uno o dell’altro, piuttosto che di questa o quell’altra, a guardare film. Ma non uno o due, a volte anche tre in una sera.

Che bello! Bisognerebbe brevettarla come cura. Ultimamente mi capita spesso di pensare seriamente di viverci in un film. Forse perchè la persona che ho più vicino me lo ripete di continuo. E io ho iniziato a riflettere.

Dire che vivo in un film non è corretto, ma dire che vivo i film sì. Questo significa avere una passione. Viverla intensamente. E se non lo si fa con i film…!!! Guardare un film è come vivere la vita di altri per qualche ora. Ho visto un film, qualche tempo fa, di cui non ricordo il nome. Parlava di come vivere le vite degli altri fosse diventata una sorta di nuova droga; attraverso la visione di dvd direttamente impiantati nei corpi dei personaggi, si poteva entrare a far parte di un particolare momento del vissuto della gente. Le esperienze erano estreme. Ma non ricordo il titolo.

C’è stato un periodo in cui scrivevo anche recensioni per me stessa, per non dimenticare. Magari nel prossimo post potrei inserire la mia preferita, quella su The velocity of Gary, malamente tradotto in italiano Amore a doppio senso.

velocity.jpg

Però non posso stare qui a dilungarmi su tutto ciò che mi sta affiorando alla mente, se no perderei il senso della realtà.

Torniamo ai dettagli.

Ho visto Borat.

Mi ha delusa a tal punto che stavo per uscire dieci minuti prima (ci stavano aspettando fuori dal cinema, ma in qualsiasi altra occasione simile mai e poi mai sarei uscita prima). Intanto devo specificare che la presenza fisica dell’attore mi mette personalmente a disagio, anche se non so spiegarne esattamente il motivo. Trovo arguta l’idea, il fatto di trasportare una serie di critiche alla società odierna nel genere mockumentary però l’impressione generale è stata negativa. E questo dipende in larga parte dalla pubblicità. Ho letto articoli su svariati giornali (non cercandoli, c’erano. Borat era su tutti i giornali), mi sono lasciata influenzare dal Golden Globe (grosso errore e ancor peggio, grosso tradimento dei miei principi che tendono a “prendere con le pinze” per primi i premi, in particolar modo gli Oscar), ho ceduto allo straripare delle immagini che colonizzano un pò tutta la città raffigurando questo strano individuo che indossa una specie di costume-copri-attributo verde pisello… E ho sbagliato, ma non è un dramma dal momento che, comunque, l’avrei voluto vedere. Certo, sarebbe stato meglio scaricarlo e poi cestinarlo e non spendere soldi e tempo in un cinema in cui, tra le altre cose, fanno pop corn di un giallo raccapricciante!

Ora so che devo tornare al mio vecchio amore per i film di serie B (chi ha visto Empire Records alzi la mano o posti un commento!).

Chiudo la parentesi sul cinema con la mia nuova, ultima scoperta. Il CIN CIN CINEMA della regione Lazio. Si tratta di un’iniziativa che permette di spendere solo 3 euro al pomeriggio e 5 la sera per vedere un film nelle sale che aderiscono (tra queste anche i Warner Village per gli amanti dei multisala multitutto). Io chiaramente aderirò, anche perchè se entro lo scadere dell’iniziativa si conservano 5 biglietti che attestano altrettante visioni, si può aspirare a far parte della giuria della suddetta manifestazione. E io ci voglio provare. (www.cincincinema.it)

cin-cin.jpg

Lo stesso giorno sono stata al MADRE (Museo d’Arte contemporanea Donna REgina di Napoli) anche se le due cose sono avvenute cronologicamente all’inverso di come le sto narrando.

Sorvoliamo sul fatto che mi aspettassi molto di più, ma questo è un fatto molto personale, penso che si possa provare delusione anche all’interno del Guggenheim se non si ha fortuna.

In mostra ci sono le opere di Marisa Merz e Rachel Whiteread, non so per quanto tempo ancora. Premettendo che non conoscevo le autrici e non mi sono informata a dovere – mea culpa – resta il fatto che non mi sono emozionata particolarmente. Ci andrei di nuovo però, perchè qualcosa di positivo è arrivato, se non fosse che:

1) appena varcata la soglia, costituita da un sipario a strisce indipendenti di plastica trasparente, l’addetto alla biglietteria ha provato a fregarci 3.50 euro, ovvero voleva farci pagare 7 euro che equivalgono al biglietto intero mentre noi dovevamo pagarne solo la metà in quanto minori di 25 anni. Certo, nessuno glielo ha detto che siamo minori di 25, ma lui non l’ha chiesto. E poteva benissimo supporlo. Io gliel’ho subito fatto presente e lui si è giustificato (ma sarebbe meglio dire “arrampicato sui vetri” sempre per rimanere in tema proverbiale) dicendo che bisogna fare un sacco di controlli = mi scoccio a chiedere i documenti a tutti – c’eravamo solo io e Andrea in un edificio di quattro piani –  perciò, visto che la maggior parte della gente il sito neanche lo consulta, fotto 3.50 euro e magari poi me li intasco.

E bravo!!! Consapevole di quello che il personaggio in questione non stava facendo, cioè il suo lavoro, già sono partita scocciata. E non poco.

C’è da dire che la prima sala che abbiamo visitato però mi ha tirato su il morale. Bianca, quasi asettica e completamente vuota. Pavimento in parquet chiarissimo e al soffitto solo lastre luminose. Alle pareti sono appesi diversi monitor che trasmettono qualche secondo di video riguardanti diverse cose, principalmente opere di grafica (spero volutamente grossolane). Il concetto di opera d’arte di per sé non è stato qualcosa di eclatante, ma la location sì, questo lo devo ammettere.

Per il resto è stato solo un noioso susseguirsi di stanze pitturate con svariati stili più o meno eccentrici, sculture improbabili, geroglifici scolpiti sull’intonaco. Qualche opera di Andy Warol, per il resto sorte di installazioni che forse per strada avrebbero reso di più.

2) La nostra gita è durata mezzora, vuoi perchè non siamo critici d’arte, vuoi perchè non siamo neppure particolarmente appassionati ma solo curiosi. Sicuramente perchè c’erano loro. I sorveglianti (da leggersi immaginando in sottofondo un suono di notifica lugubre).

I sorveglianti sono ragazzi, ma principalmente ragazze, riconoscibili perchè vestiti di scuro, prevalentemente di nero, che portano al collo il laccetto giallo con la scritta identificativa MADRE. Io non so quanto prendano di stipendio, ma spero che li paghino bene perchè penso che sia snervante anche per loro fare i cani da guardia.

In quel museo eravamo in due. Io e Andrea. Eppure sono riusciti a seguirci e a starci col fiato sul collo per tutta la mezzora, che a quel punto è diventata davvero infernale e infinita.

Erano tantissimi e spuntavano dappertutto. Si avvertivano con dei walkie talkie e ti camminavano a mezzo metro. Ad un certo punto abbiamo iniziato a fare dentro/fuori da una stanza all’altra per vedere se andavano in cortocircuito, ma niente! Poverini… e poverini i visitatori! Deve esserci un modo meno invadente e invasivo di controllare gli ospiti! Qualcosa che sia diverso dall’inseguimento passo a passo.

E’ stato davvero imbarazzante. Ad un certo punto non ce l’abbiamo fatta più e siamo dovuti uscire, ma non prima di aver firmato il guestbook notificando ai posteri che l’ingresso costa 3.50 euro per chi, come noi, ha età compresa tra i 18 e i 25 e che la sorveglianza è … come dire … leggermente asfissiante!

Tutto sommato è stata una grande giornata, parte di un grande weekend. E questo perchè, come ho sentito dire questa sera al telefono, se mi vedi felice è perchè sono con te.

Concludo informando i miei lettori che sono davvero felice di aver pubblicato Come pane e burro, un pò perchè è una soddisfazione personale, un pò perchè tutta l’emozione che provo ogni volta rileggendolo si sta realizzando, come un bellissimo sogno, nella mia vita quotidiana.

E se litigo e facciamo come cane e gatto, come Martino e la sua francesissima collega, è solo perchè dopo sarà meraviglioso fare pace.

Una Risposta to “the devil is in the details”

  1. aury Says:

    devo dire che leggere il tuo post oggi mi ha fatto uno strano effetto un pò perchè eravamo nello stesso posto lo stesso giorno, e un pò perchè quello stesso posto mi ha trasmesso emozioni completamente diverse.

    tanto per cominciare appena sono entrata c’era un sacco di gente tra cui una decina di turisti tedeschi (ovviamente in sandali!) tutti con le loro belle cartine e guide in mano, e una coppia di veneti (accento inconfondibile) che commentava positivamente l’ esposizione al piano terra.. il tutto creava un’atmosfera serenissima.
    in più quando sono andata alla cassa x acquistare il biglietto mi è stata data la bella notizia (per di più da un ragazzo al quanto carino) che quel giorno (sabato) l’ingresso era completamente gratuito sia per le esposizioni permanenti (che avevo già visto) sia per quelle temporanee all’ultimo piano, quindi… cosa chiedere di più!

    avevo già visto i primi due piani quindi salgo subito a vedere le esposizioni della Merz e della Whiteread la qule in particoare mi ha colpito. le sue non sono vere e proprie sculture, piuttosto CALCHI IN NEGATIVO DI SPAZI VUOTI… non so perchè ma quel passaggio da vuoto a pieno mi ha colpita subito… scusate il gioco di parole ma… MI HA RIEMPITA! mi ha fatto pensare, riflettere su tutto e su niente nello stesso istante…infondo è questo il compito dell’arte…stimolare le menti no?

    poi sono andata ai piani inferiori che come dicevo ho visitato più di una volta… in particolare ci sono due opere che ogni volta mi ipnotizzano.
    la prima è quella di Mimmo Paladino…si..proprio quella che tu hai chiamato stanza di graffiti…in quella stanza c’è una scultura sospesa a una ventina di cm da terra posizionata con la faccia attaccata alla parete… lei perfettamente liscia, bianca, e “morbida” contro un muro ruvido, graffiato (o forse griffato…?!) antico.
    la seconda opera è quella della fantastica (a mio parere) Rebecca Horn.
    spiriti, teschi, luci contro specchi, riflessi e suoni..tutto in pochi metri quadri.
    la stessa rebecca Horn che fu tanto criticata dai napoletani quando trasformò piazza del plebiscito in una fusione di luci e ombre tra teschi di metallo e cerchi di neon.

    fai bene ad essere curiosa…ma sta attenta a non essere superficiale!
    magari ripassaci… anzi facciamo così:
    quando torno a napoli ti chiamo e ci andiamo insieme.. mi piacerebbe trasmetterti delle mie sensazioni… e soprattutto… insegnarti ad ignorare la sorveglianza!
    ti voglio bene
    auri
    per i curiosi http://www.museomadre.it/

    FROM RIGELBLUE:
    Bello, bello, bello!!!
    Finalmente una discussione culturalmente elevata sul mio blog, sono felicissima😉
    Sì, sì andiamoci appena possibile!!!
    Ora mi sento soddisfatta.

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